Per l'Irlanda, Dakhla «non fa parte del Marocco»
E poi il voto all'ONU, la lettera del Polisario al Consiglio di sicurezza, la condanna di Mustapha Dihani, l'allarme dell'AFAPREDESA e gli studenti a processo a Rabat.
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questa è KHAIMA Reports, la newsletter indipendente della nostra redazione: ogni dieci giorni le notizie dal mondo sommerso del Sahara Occidentale e del Sud globale.
In questi giorni il Sahara Occidentale ha parlato in tre lingue. Quella della pubblicità, a Dublino. Quella delle diplomazie, a New York. Quella dei tribunali, a Rabat.
Vi raccontiamo che cosa è successo, una storia alla volta.
Ryanair vendeva Dakhla come «avventura marocchina». Un'autorità irlandese dice no
Marzo 2026. Ryanair manda ai suoi clienti un'email promozionale su Dakhla e la presenta come una «avventura marocchina»: un posto «dove l'oceano, il deserto e la cultura si incontrano», dove fare surf ed «esplorare da vicino la cultura marocchina». La compagnia vola a Dakhla dall'inizio del 2025.
Dakhla però non è in Marocco. È nel Sahara Occidentale, occupato dal Marocco dalla metà degli anni Settanta, che l'ONU considera un territorio non autonomo in attesa di decolonizzazione. Lynn Boylan, eurodeputata irlandese del Sinn Féin, presenta reclamo all'Advertising Standards Authority, l'autorità che controlla la pubblicità in Irlanda. «Questa pubblicità cancella un popolo indigeno, mostrando la città come se appartenesse al Marocco», scrive il suo ufficio.
Il 12 ottobre arriva il parere preliminare dell'autorità, letto dall'Irish Times. La pubblicità rischia di indurre il pubblico in errore, perché Dakhla «non fa parte del Marocco». L'autorità raccomanda al suo consiglio indipendente di dare ragione all'eurodeputata e di chiedere che la pubblicità non venga più diffusa in questa forma.
Non è ancora una decisione definitiva: l'ultima parola spetta al consiglio. Ryanair, nelle sue memorie, dice di aver voluto descrivere la destinazione «senza esprimere alcuna posizione politica».
Per Hugh Lovatt, ricercatore dello European Council on Foreign Relations, il Marocco usa abitualmente turismo e commercio per «forzare il riconoscimento internazionale» della sua rivendicazione. Includere il Sahara Occidentale, dice all'Irish Times, è «il prezzo per fare affari con il Marocco».
«Not a part of Morocco»Advertising Standards Authority, parere preliminare del 12 ottobre
Perché conta Tre giorni dopo il parere, all'ONU, la Quarta Commissione ha confermato con 152 voti a favore che il Sahara Occidentale resta un territorio da decolonizzare. Quello che si decide a New York, a volte, arriva fino all'email di chi prenota un volo.
152 sì all'autodeterminazione. Per la RASD è «una vittoria per la legalità internazionale»
Giovedì 15 ottobre, a New York, la Quarta Commissione dell'ONU approva il testo annuale sul Sahara Occidentale: 152 voti a favore, 2 contrari, Stati Uniti e Israele, e 7 astenuti. Il testo riafferma il diritto del popolo saharawi all'autodeterminazione. Dal 2006 passa di solito senza voto; quest'anno gli Stati Uniti hanno chiesto il voto su tutti i testi della Commissione.
Due giorni dopo arriva il commento di Malainin Lakhal, rappresentante permanente aggiunto della Repubblica saharawi (RASD) presso l'Unione africana. Parla di «una vittoria diplomatica e politica clamorosa per la legalità internazionale». Il voto, dice, conferma che il Sahara Occidentale «era e resta una questione di decolonizzazione» e mostra «la posizione isolata dell'occupante».
Lakhal guarda soprattutto al Consiglio di sicurezza, che a fine mese decide sulla MINURSO. Secondo lui il testo ricorda che la missione è nata «per organizzare un referendum di autodeterminazione, non per gestire lo status quo», e mette il Consiglio davanti alle sue responsabilità giuridiche.
Tra i 152 sì, secondo il quotidiano marocchino Assahafa, c'è anche quello del Marocco.
Perché conta Quello di giovedì è un voto di commissione: il passaggio definitivo spetta all'Assemblea generale, di solito a dicembre. Ma arriva sul tavolo del Consiglio di sicurezza a due settimane dal voto sulla MINURSO.
Il Polisario scrive al Consiglio di sicurezza. E fa tre domande al Marocco
Il 19 ottobre Sidi Mohamed Omar, rappresentante del Fronte Polisario all'ONU, scrive all'ambasciatrice greca Aglaia Balta, che questo mese presiede il Consiglio di sicurezza. Nella lettera, che abbiamo letto in arabo e in inglese, risponde al discorso del rappresentante del Marocco davanti alla Quarta Commissione, che secondo lui ha distorto i fatti per fuorviare gli Stati membri.
Si parte dalla risoluzione 2797, approvata dal Consiglio nel 2025. Nonostante la sua «ambiguità distruttiva», scrive Omar, il testo fissa tre principi: ogni soluzione deve rispettare la Carta dell'ONU, compreso il diritto all'autodeterminazione; deve essere accettabile per entrambe le parti, Polisario e Marocco; deve permettere al popolo del Sahara Occidentale di esercitare quel diritto. Su questa base, ricorda, il Polisario ha partecipato ai tre incontri ministeriali informali guidati da ONU e Stati Uniti a inizio anno, portando le sue proposte.
Poi arrivano le domande. Il Marocco sostiene che la decolonizzazione sia chiusa «da mezzo secolo», con la Marcia Verde, che la lettera chiama «Marcia nera», e con gli accordi di Madrid del 1975. Se è così, chiede Omar, perché l'Assemblea generale nel 1979 e nel 1980 (risoluzioni 34/37 e 35/19) ha deplorato «la continua occupazione» marocchina? Perché l'Assemblea generale tratta il Sahara Occidentale come una questione di decolonizzazione, mentre il Consiglio di sicurezza lo tratta come una questione di pace e sicurezza? E perché il Marocco, proprio in questi giorni, ha votato a favore del testo che chiede al Comitato ONU sulla decolonizzazione di continuare a occuparsene?
La lettera cita anche il parere della Corte internazionale di giustizia del 16 ottobre 1975: nessun legame di sovranità territoriale tra il Sahara Occidentale e il Marocco, e piena applicazione del diritto all'autodeterminazione. Infine i rifugiati: il Marocco parla di «soluzioni durature» per i saharawi dei campi in Algeria. Per Omar sono diventati rifugiati per l'invasione del 1975, e l'unica soluzione duratura è la fine dell'occupazione.
Perché conta Il 31 ottobre il Consiglio di sicurezza vota sul rinnovo della MINURSO, la missione ONU nel territorio. Ogni lettera che arriva sul suo tavolo in questi giorni prova a pesare su quel voto.
Mustapha Dihani condannato a sette anni di carcere. Per Amnesty le accuse sono infondate
Una premessa doverosa: Mustapha Dihani è il fratello di Mohamed Dihani, fondatore di KHAIMA Reports. Per questo qui riportiamo soltanto ciò che documentano Amnesty International e la stampa.
Mustapha lascia il Sahara Occidentale nel settembre 2023. Sviluppatore web, ha fondato Wesatimes, un sito che racconta la politica del territorio, i diritti dei saharawi e la società civile. Il 30 ottobre 2023, secondo Amnesty International, viene arrestato in Somaliland dopo aver attraversato il confine dall'Etiopia. Esce il 6 ottobre 2025, con una grazia presidenziale.
Mentre viaggia verso un paese terzo viene fermato durante uno scalo all'aeroporto di Dubai e, il 21 ottobre 2025, rimpatriato con la forza in Marocco. Finisce nel carcere di Salé 2. Le accuse: appartenenza a una banda criminale e reati di terrorismo. Per Amnesty sono infondate. L'atto di rinvio a giudizio, spiega l'organizzazione, poggia soltanto sulle sue confessioni; davanti al giudice istruttore lui ha respinto ogni accusa, denunciando minacce e maltrattamenti in custodia. Da allora, sempre secondo Amnesty, è in isolamento prolungato.
Il 16 ottobre 2026 arriva la condanna: sette anni di carcere e una sanzione di circa 47.000 euro. Mustapha ha presentato ricorso.
Amnesty chiede la scarcerazione immediata, un'indagine sui maltrattamenti e la fine dell'isolamento.
L'AFAPREDESA denuncia: violenze «mai viste» contro civili e prigionieri saharawi
Giovedì 15 ottobre Abdeslam Omar Lahcen, presidente dell'AFAPREDESA, l'associazione dei familiari dei prigionieri e degli scomparsi saharawi, lancia un allarme. Secondo lui le violenze delle forze marocchine contro i civili nelle città occupate e contro i prigionieri politici sono aumentate in modo grave e senza precedenti.
Le sue parole arrivano in giorni pesanti. Il presidio di Rabat finito con sette fermi. Claude Mangin respinta il 12 ottobre all'aeroporto di Marrakech-Menara, secondo Front Line Defenders e il sito marocchino Yabiladi, mentre cercava di visitare il marito, Naâma Asfari, detenuto del gruppo di Gdeim Izik. E lo sciopero della fame dei prigionieri dello stesso gruppo.
Rabat, quattro studenti a processo dopo il presidio per i detenuti di Gdeim Izik
Lunedì 12 ottobre, davanti alla sede dell'amministrazione penitenziaria di Rabat, si ritrovano i familiari dei detenuti di Gdeim Izik e chi li sostiene. Diversi di quei detenuti sono in sciopero della fame dal 23 settembre. Arriva la polizia. Il presidio viene disperso e sette persone vengono fermate.
Le versioni divergono. Secondo la procura, la riunione non era autorizzata e durante l'intervento tre agenti restano feriti. Secondo i manifestanti, citati dall'agenzia EFE, il presidio era pacifico, sul marciapiede, e a restare feriti sono stati tre di loro.
Tre dei fermati vengono rilasciati. Quattro studenti restano in custodia cautelare: Ibrahim Babit, Salah Eddine Essabbar, El Houcine Cheihab e Mohamed Lemrabet, secondo Front Line Defenders e il sito Noteolvides del Sahara Occidental. Tra i sette fermati, secondo Front Line Defenders, c'era anche il difensore dei diritti umani Hassana Eddouihi. Il 16 ottobre, davanti al tribunale di primo grado di Rabat, si apre il processo. Rispondono di disobbedienza, riunione non autorizzata, oltraggio e violenza contro pubblici ufficiali. L'udienza viene rinviata al 23 ottobre, su richiesta della difesa.
Intanto, dietro le sbarre, la protesta che aveva portato la gente in strada si è fermata. Secondo la Lega per la protezione dei prigionieri saharawi, i detenuti di Gdeim Izik hanno interrotto lo sciopero della fame dopo 23 giorni, in cambio dell'impegno dell'amministrazione penitenziaria a esaminare le loro richieste, prima fra tutte il trasferimento in carceri vicine alle famiglie.
Sei storie da Dublino, New York, Rabat e dai campi. Ci rileggiamo tra dieci giorni.
La redazioneKHAIMA Reports
Le dichiarazioni sono attribuite a chi le ha fatte: quando parla una delle parti, riportiamo la sua posizione, non una conferma indipendente.